Casa museo boschi di Stefano
Se state cercando il solito museo freddo, con le pareti bianche, i cordoni di sicurezza e i guardiani che vi osservano appena vi avvicinate troppo a un quadro, avete sbagliato indirizzo.
Ma se avete voglia di fare un vero salto nel tempo, svoltate in via Giorgio Jan 15, a due passi dal caos di Corso Buenos Aires. Superato il portone di Casa Boschi Di Stefano, il rumore del traffico milanese svanisce. Resta il profumo della cera sul parquet originale degli anni Trenta, il suono dei passi nelle stanze e una strana, bellissima sensazione: quella di essere entrati nell’intimità di qualcuno. Perché questo luogo non è nato come museo. Questa era una casa. E quella che state per scoprire non è soltanto una storia d’arte, ma una delle più straordinarie storie d’amore della Milano del Novecento.
Per comprenderla davvero, bisogna fare un passo indietro. Tra gli anni Trenta e Cinquanta Milano era una città in fermento. L’arte stava cambiando volto. Si passava dal classicismo del movimento Novecento alle sperimentazioni dei giovani artisti di Corrente, fino alle rivoluzioni dello Spazialismo di Lucio Fontana. Per gran parte della borghesia milanese, quelle opere apparivano incomprensibili, talvolta persino scandalose. Acquistarle significava esporsi alle critiche, scommettere su artisti ancora sconosciuti e credere in qualcosa che il resto del mondo non era ancora pronto a vedere. Antonio Boschi e Marieda Di Stefano, però, non si lasciarono intimidire. Loro vedevano il futuro.
I protagonisti di questa storia sono infatti Antonio Boschi e Marieda Di Stefano, sposati dal 1927. Lui era un ingegnere della Pirelli, uomo di scienza e precisione. A lui si deve persino l’invenzione del celebre giunto elastico “Giubo”, utilizzato nell’industria automobilistica. Lei era un’artista e ceramista. Creativa, brillante, colta. Una donna che trasformava l’argilla in poesia. Insieme erano l’incontro perfetto tra razionalità e immaginazione. Ogni sabato pomeriggio avevano un rito. Passeggiavano per la Milano avvolta dalla nebbia, entrando nelle gallerie d’arte del centro. Osservavano, discutevano, si confrontavano. E seguivano una sola regola: non acquistare nulla che non facesse battere il cuore a entrambi. Marieda possedeva un intuito straordinario per riconoscere il talento. Antonio la seguiva con fiducia. E se pensate che collezionassero opere per investimento, vi sbagliate. Anni dopo, ricordando quei momenti, Antonio Boschi disse:
“Non abbiamo mai comperato quadri per fare una collezione, né come investimento finanziario. Abbiamo comperato perché le opere ci piacevano, perché rispondevano a un nostro bisogno spirituale. Ogni acquisto era una festa, una gioia divisa in due.”
Non cercavano valore economico. Cercavano emozione. Per questo Antonio amava ripetere una frase che oggi risuona quasi come un testamento: “Non siamo proprietari di queste opere. Siamo soltanto i loro custodi temporanei.” Aveva già compreso che quella bellezza, un giorno, sarebbe appartenuta a tutti.
Nel corso di quarant’anni la coppia raccolse oltre duemila opere. L’appartamento iniziò lentamente a trasformarsi. I quadri occupavano ogni parete, ogni corridoio, ogni stanza. Erano appesi uno accanto all’altro, dal pavimento al soffitto. Sopra i letti, lungo le scale, persino nei bagni. Cenare in casa Boschi Di Stefano significava condividere la tavola con alcuni dei più grandi artisti italiani del Novecento. De Chirico. Sironi. Carrà. E spesso gli artisti erano presenti davvero. Tra questi c’era anche un giovane Lucio Fontana. Quando iniziò a realizzare i suoi celebri tagli sulla tela, molti li considerarono una provocazione incomprensibile. Antonio e Marieda, invece, ne compresero immediatamente la portata innovativa. Acquistarono numerose sue opere, sostenendolo quando ancora pochi credevano in lui. Oggi quelle stanze sono tra le più affascinanti del museo.
Durante la Seconda guerra mondiale accadde qualcosa che racconta perfettamente il loro legame con la collezione. Mentre Milano veniva bombardata, Antonio e Marieda organizzarono il trasferimento delle opere fuori città per proteggerle. Quelle tele non erano semplici oggetti. Erano parte della loro vita. La loro famiglia.
La storia cambia improvvisamente nel 1968, quando Marieda muore. La casa si svuota. Le stanze diventano silenziose. Rimangono i quadri, i ricordi e un amore custodito in ogni angolo dell’appartamento. Antonio avrebbe potuto vendere tutto. Avrebbe potuto trasformare quella collezione in una fortuna economica. Scelse invece un’altra strada. Donò ogni cosa al Comune di Milano, a una condizione: che la collezione restasse unita e che l’accesso fosse gratuito per tutti.
Fino alla sua morte, nel 1988, continuò a vivere in una parte dell’appartamento. Chi lo incontrava racconta di un signore distinto che passeggiava lentamente tra le opere, quasi confondendosi con i visitatori. Non stava sorvegliando la collezione. Stava continuando a vivere dentro la storia che aveva costruito insieme a Marieda. Quando i critici d’arte rimanevano ammirati davanti a quella straordinaria raccolta, Antonio riportava sempre l’attenzione su ciò che contava davvero. Indicava le pareti colme di opere e diceva: “Vede tutto questo? È stato fatto per amore di una donna.”
Forse è proprio questo il motivo per cui Casa Museo Boschi Di Stefano continua a emozionare chiunque la visiti. Non soltanto per le oltre duemila opere che custodisce. Ma perché, stanza dopo stanza, racconta una verità semplice e rara: la bellezza nasce quando qualcuno decide di amarla abbastanza da dedicarle una vita intera.
Se vi trovate a Milano, bussate a quel portone di via Jan. Potreste entrare in un museo. Oppure nella più bella storia d’amore della città.
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